venerdì 18 novembre 2022

SCOPO E OBIETTIVI DELLE ANALISI SWOT

Scopo primario di una SWOT Analysis in una organizzazione è identificare i fattori essenziali, interni ed esterni, che possono avere effetto sulla sostenibilità della Mission aziendale e quindi sul valore dell’organizzazione nel tempo in quanto possono creare o distruggere valore.

Questi fattori sono schematizzabili come segue:

 Ø  Interni, e quindi controllabili dall’organizzazione,  suddivisi in punti di forza (Strenghts) e di debolezza (Weakness) in rapporto agli obiettivi aziendali

 Ø  Esterni, con scarse possibilità di controllo da parte dell’organizzazione, suddivisi fra opportunità (Opportunities) e minacce (Threats)

 Gli obiettivi di una SWOT Analysis sono:

 Ø  Valorizzare i punti di forza interni e Sfruttare le opportunità esterne per aumentare la competitività

 Ø  Gestire le debolezze interne per eliminarle e Fronteggiare le minacce esterne per neutralizzarle

 NOTA   Talvolta questi fattori essenziali vengono suddivisi anche in base alla loro natura con la sigla “PEST”:

Politici, Economici, Sociali e Tecnologici

 Scendendo in qualche dettaglio:

Ø  In un’analisi Swot “classica” è opportuno tenere conto della differenziazione fra Fattori Interni (punti di forza e punti di debolezza) sui quali si possono fare degli interventi specifici per consolidare quelli di forza ed eliminare quelli di debolezza e Fattori Esterni (opportunità e minacce) nei confronti dei quali si possono solo avere reazioni idonee a sfruttare le prime e neutralizzare le seconde

 Ø  Relativamente ai punti di forza:

-        devono essere funzionali alla realizzazione della Mission (cfr. più avanti)

-        il metro di misura per definirli” punti di forza” dovrebbe essere definito o dalla relazione con i “clienti” (fidelizzazione degli attuali e acquisizione di nuovi clienti coerenti con la Mission) o dall’essere migliori dei competitors sugli aspetti considerati o infine dalla loro idoneità a conseguire gli obiettivi prefissati

-        non è scontato che rimangano tali nel tempo e potrebbe essere opportuno prevedere degli interventi di consolidamento per evitare che degradino in punti di debolezza per “mancata manutenzione”

 Ø  Relativamente ai punti di debolezza, i criteri per definirli tali sono il negativo di quelli dei punti di forza:

-        ostacolano, o comunque non favoriscono, il raggiungimento degli obiettivi prefissati

-        provocano perdita di “clienti” e/o mancata acquisizione di nuovi

-        provocano performances oggettivamente inferiori a quelle dei competitors

-        non c’è alcuna possibilità che migliorino spontaneamente, cosa ottenibile solo tramite interventi ad hoc

 Ø  Relativamente alle opportunità, sono eventi di provenienza esterna (altrimenti rientrano nei punti di forza) e:

-        richiedono un monitoraggio accurato per individuare rapidamente quei cambiamenti potenzialmente favorevoli alla realizzazione della Mission, ad es. trend tecnologici, o ad espandere il proprio campo d’azione

-        occorre essere rapidi sia nei tempi di reazione che come definizione delle attività più idonee a coglierle e trasformarle in punti di forza

 Ø  Relativamente alle minacce, sono speculari alle opportunità e rientrano in questa classificazione tutti quegli eventi di provenienza esterna (altrimenti rientrano nelle debolezze) suscettibili di impattare negativamente sulle performances:

-        richiedono un monitoraggio accurato per gli stessi motivi elencati per le opportunità

-        sono decisivi tempi di reazione brevi e idoneità delle reazioni atte a neutralizzarle

-        possono essere conseguenti al declino del settore d’interesse primario, a cambiamenti legislativi o a trend  di tipo sociale o culturale avversi

 

VISION e MISSION

Su cosa si debba precisamente intendere per Vision e Mission non c’è uniformità di giudizio, ma su alcuni concetti base  c’è un sostanziale accordo:

 A)      La Vision è lo scopo globale per cui l’organizzazione esiste, ossia l’insieme degli obiettivi strategici basati sui valori dell’impresa. È la sintesi di COSA vuole ottenere l’organizzazione ed è espressa di norma in un “Vision Statement”.

Questo è della Illy:

«Vogliamo essere, nel mondo, punti di riferimento della cultura e dell’eccellenza del caffè. Un’azienda innovativa che propone i migliori prodotti e luoghi di consumo e che, grazie a ciò, cresce e diventa leader dell’alta gamma».

e questo dell’Ikea:

“Offrire una vita quotidiana migliore alla maggior parte delle persone”.

Il Vision Statement dovrebbe guidare nel prendere decisioni strategiche coerenti con i valori aziendali motivando le persone, indirizzando l’innovazione nella giusta direzione e facendo conoscere meglio il Brand ai clienti.

 B)      La Mission è l’insieme delle strategie adottate per realizzare  la Vision e comprende di solito gli obiettivi a medio termine. È la sintesi di COME l’organizzazione vuole realizzare la Vision.

La Mission della Illy è:

«Deliziare gli amanti del buono e del bello nel mondo con il miglior caffè che la natura possa offrire, esaltato dalle tecnologie e dall’arte».

mentre quella dell’Ikea è:

“Offrire una vasta gamma di articoli di arredamento di buon design e funzionali a prezzi così bassi da permettere al maggior numero possibile di persone di acquistarli.” 





venerdì 8 luglio 2022

 

Breve sintesi su cos’è la PROPAGANDA

 

Disinformazione, Misinformazione, Controinformazione, Noncontingenza

G. Zurlo - 2022

Aspetti sociali e psicologici della propaganda

 Quando si parla di propaganda ci si riferisce essenzialmente a uno o più di tre aspetti:

 a)     al fatto che l’uomo è suggestionabile, anche se in misura variabile da una persona all’altra

 b)     alle tecniche escogitate per trarre vantaggio da questo fatto

 c)     ai gruppi di pressione che usano queste tecniche

 La suggestionabilità trova espressione concreta in stati di dipendenza più o meno completa di un adulto da un altro, come si verifica nelle organizzazioni di tipo fortemente gerarchizzato - ancora di più se a carattere fideistico - e si può ragionevolmente asserire che questo fenomeno è collegato con il “bambino” che è nell’uomo (Rif.1).

 Ciò indica che l’uomo può essere convinto di alcune credenze “vere” o persuaso a compiere determinate azioni “giuste” mediante parole e comportamenti dei suoi simili.

 La distinzione tra convinzione e persuasione era stata già anticipata da Aristotele nei Topici e si può semplificare il suo pensiero nell’asserzione che la convinzione agisce sull'intelletto mentre la persuasione agisce sulla volontà.

 NOTA: Per inciso, questa distinzione, dalle notevoli conseguenze pratiche, è palesemente ignota a tutti quegli “esperti” che insistono scioccamente e con scarsi risultati sulla necessità di “convincere” i  riottosi a vaccinarsi tramite l'illustrazione dei motivi razionali per cui dovrebbero farlo mentre bisognerebbe "persuaderli” con l’elencazione degli svantaggi conseguenti al loro rifiuto. Per un approfondimento della questione https://jmxzf.blogspot.com/2021/

 Non sembrano esserci motivi per ritenere che l’uomo sia attualmente suggestionabile in misura maggiore o minore di quanto lo fosse in tempi passati mentre le tecniche della propaganda si sono invece  notevolmente affinate nel corso del tempo, soprattutto a partire dal XX secolo con l’esplosione della pubblicità che, al di là di qualunque affermazione assolutoria o utilitaristica,  è la fucina nella quale si sperimenta l’efficacia di tecniche escogitate con il preciso scopo di persuadere quanti più soggetti possibile a comprare prodotti/servizi commerciali trasformandoli da “sapiens” a “consumers(Rif.2).

 I confini, già di per sé labili, fra persuasione, suggestione e condizionamento (non consideriamo il plagio in quanto è un reato) vengono resi ancora meno consistenti dalle tecniche pubblicitarie, intrinsecamente propagandistiche e mirate all’obiettivo di “vendere qualcosa” agli acquirenti a prescindere dalle loro reali necessità.

 Fra le tecniche pubblicitarie più efficaci anche nella propaganda politica e quindi più usate vi sono:

-           > la ripetizione ossessiva di stimoli audio-visivi di natura simbolica

-        > le false correlazioni, ossia l’associazione fra due o più eventi come se fossero collegati fra di loro con un rapporto causa-effetto (ad es. tra un dentifricio di nuovo tipo e la bocca di una ragazza sorridente con in bella vista denti perfetti in funzione di “richiamo”)

-       > la creazione artificiale di “bisogni” prima ignoti e di colpo diventati must ineludibili

-        > l’ingigantire un piccolo rischio trasformandolo in un grande pericolo e offrendo allo stesso tempo mezzi di protezione (in UK un certo prodotto dell’industria alimentare fu venduto con un buon successo per prevenire la “dannosissima fame notturna”

-        > la rappresentazione di un “paese perfetto” - effetto Bengodi in pubblicità in cui chi lo guida sa sempre cosa bisogna fare ed è l’artefice principale di tutto ciò che di buono si verifica

 L’intento della propaganda politica non sarà quello di vendere merci, ma di instillare opinioni utilizzando le medesime tecniche!

Nel controllo sociale si sono sempre utilizzati i simboli, analoghi ai loghi commerciali usati come family feeling,  per costruire il sentimento di fiducia necessario a trasformare un cittadino in un aderente/sostenitore. Vi è sempre una bandiera che sventola in testa alla truppa in marcia!

 La propaganda politica in una democrazia presenta tuttavia sostanziali differenze con quella di uno stato totalitario: le principali sono che in quest’ultimo si sente una sola voce e che l’arsenale delle tecniche propagandistiche è monopolizzato, con conseguenze pesanti per chi cerca di mettere in atto una propaganda contraria (Rif.3).

 Limitandosi a un cenno sugli aspetti più prettamente psicologici della propaganda, rimanere bloccati ad uno stadio pre-adolescenziale dello sviluppo personale favorisce l’influenzabilità da una propaganda anche non particolarmente raffinata in quanto perdura il bisogno infantile di essere protetti da una figura forte, tipicamente il leader di un gruppo che sparge rassicurazioni a piene mani.

I succubi della propaganda diventeranno degli yes-man che accetteranno acriticamente le opinioni del gruppo cui aderiscono e di quelli che frequentano sui social.

 NOTAPer la connessione  fra tendenze paranoidi -  credenze primitive di essere posseduti da spiriti maligni, deliri persecutori, etc. -  ed elevata ricettività alla propaganda vedi il Rif.4.


 Tecniche di comunicazione nella propaganda

 Si può dire, semplificando, che la propaganda si suddivide in due categorie, in funzione della verità o falsità di quanto presentato a supporto delle affermazioni che vengono fatte:

 A)    Quella che utilizza dati o fatti in tutto o in gran parte falsi, costruendo quindi deliberatamente una rappresentazione della realtà diversa da quella effettiva

 B)    Quella che utilizza dati o fatti completamente o in massima parte veri, dandone però una interpretazione consapevolmente tendenziosa, presentando quindi una realtà distorta rispetto a quella effettiva

 Nel 1° caso si distingue tradizionalmente fra:

 -        Disinformazione se chi li espone sa che i dati sono falsi (mente sapendo di mentire)

 -        Misinformazione se chi li espone li ritiene veri (utilizza in buona fede dati falsi)

 Ovviamente queste sono solo schematizzazioni utili a fissare le idee in quanto i due tipi di propaganda A) e B) hanno zone di sovrapposizione e sfumano spesso l’una nell’altra, oltre al fatto che talvolta è difficile sapere se i dati sono:

-              a) veri

-        b) falsi

-        c) inattendibili (non è possibile appurare se sono veri o falsi)

-       d) incompleti (mancano dei dati essenziali per l’argomento in questione).

 Per non parlare poi delle situazioni in cui chi fa affermazioni “in libertà” è in stato di confusione mentale e non si rende pienamente conto se sta dicendo verità o falsità: è il caso ben noto di chi “crede alle proprie bugie” (Rif.5)

 Per Controinformazione s’intende invece un’informazione che viene contrapposta a quella, ritenuta tendenziosa o comunque unilaterale, data dalle autorità governative e in genere dai media allineati agli organi di informazione ufficiali.Viene utilizzata per dare interpretazioni differenti da quelle ufficiali di fatti veri o per rendere noti fatti taciuti. Link  controinformazióne in Vocabolario - Treccani

 Un esempio di “propaganda” in buona fede che si basa su dati veri, ma incompleti è quello in cui un noto opinionista, professore emerito di filosofia in un Ateneo (e per questo etichettato tout court come “filosofo”) periodicamente ospite di talk show sulle reti nazionali, a fine 2021 si lanciò in un attacco a testa bassa contro la “pretesa” efficacia dei vaccini basandosi sul fatto, parzialmente vero, che in molte Terapie Intensive di ospedali italiani la proporzione di ricoverati fra non vaccinati e vaccinati non era molto diversa da 50/50 (e che quindi il loro rapporto era circa 1) “desumendo” da ciò che non fosse vero che il vaccino proteggeva dalle forme più severe di Covid-19.

Peccato che il “filosofo” avesse trascurato il fatto che l’efficacia di cui stava parlando, oltre che al rapporto fra le due % di ricoverati in TI (peraltro pari a oltre 1,5  a svantaggio dei non vaccinati e non uguale a 1 come asserito) è direttamente proporzionale anche al rapporto fra vaccinati e non vaccinati nell’intera popolazione (l’elementare dimostrazione è qui https://jmxzf.blogspot.com/2022  Considerazioni su % di vaccinati e non vaccinati e probabilità d’ingresso in TI) rapporto pari a oltre 6 (85% di vaccinati contro 15% di non vaccinati) ed è quindi proporzionale al loro prodotto, pari a quasi 10 volte!

 Last but not least, un’altra tecnica piuttosto diffusa di propaganda è la Noncontingenza ossia il fatto che se è stata data una spiegazione attendibile di un evento, se anche questa si dimostra successivamente falsa è spesso sufficiente una piccola correzione o una sua reinterpretazione per farla permanere come spiegazione valida nella mente di molti di quelli che l’avevano accettata inizialmente come giusta.

Una estremizzazione di questa tecnica consiste nel dare già inizialmente spiegazioni “auto-suggellanti” cioè  tali da non potere essere confutate né smentite da successivi contro-esempi, che vengono invece assorbiti dalla spiegazione.

Un esempio è il seguente (Rif.6): il compositore sovietico Michalkov, vincitore negli anni ’70 del premio Lenin, in un’intervista rilasciata durante la consegna del premio Lenin rispose così a una domanda su  Solzenicyn che aveva espresso il proprio abbandono dell'ideologia comunista: “Nessun comunista può diventare anti-comunista. Solzenicyn non è mai stato un comunista!”

 A conclusione delle sintetiche considerazioni precedenti (l’argomento è estremamente complesso e su di esso sono stati scritti migliaia di libri e di saggi) si può forse dire che il risultato della propaganda nelle sue varie forme è una Confusione generalizzata dove (Rif.6):

 

TUTTO  È  VERO,  ANCHE  IL  SUO  CONTRARIO

  


Bibliografia:

1)     (1) Psicologia delle masse, S. Freud,                              1995 - Bollati Boringhieri (La propaganda)

2)     (2) Pubblicità canaglia, AA.VV.                                       2002 - Zelig Editore

3)     (3) Il pericolo della propaganda, E. Kris,                        1995 - Bollati Boringhieri (La propaganda)

4)     (4) La psicologia della propaganda, R. Money-Kyrle,     1995 - Bollati Boringhieri  (La propaganda)

5)     (5) Leader, giullari e impostori, Kets De Vries               1994 – Cortina                               

6)     (6) La realtà della realtà, P. Watzlawick,                        1976 – Astrolabio

giovedì 19 maggio 2022

                                COMPARSATE IN TV -  MAZZARINO - F&L

 I personaggi che a partire da marzo 2020 hanno iniziato a comparire in TV per dire la loro sulla pandemia sono stati rimpiazzati negli ultimi mesi da quelli che fanno lo stesso sulla guerra (o "operazione militare speciale" che dir si voglia) e sono in gran parte distribuiti fra politici/politologi, militari (in pensione o quasi), giornalisti, infuencer da social e opinionisti vari (compresi quelli che si definiscono tali e sono presi sul serio dai conduttori di talk show).

Vi sono poi - numericamente minoritari, ma di solito dotati di un buon scilinguagnolo - scrittori, artisti/critici d'arte, professori universitari e/o assimilati e altri analoghi esemplari (togliendo dal novero guerrafondai per natura, pacifisti da "arrendiamoci subito", negazionisti "alla struzzo" o puri e semplici squilibrati, che sono categorie a sé stanti e che vengono invitati a dire la loro perché sono folcloristici e "movimentano" la trasmissione incrementando l'audience).

Esclusi questi ultimi, suggerirei agli altri la lettura di un aureo libretto intitolato "Breviario dei politici", attribuito, forse falsamente, al Cardinale Mazzarino.
Il libro - piccolo, ma denso - contiene una serie di massime che, come dice il titolo, dovrebbero costituire nel loro insieme un "breviario" per i politici (e, per estensione, anche per i personaggi in un qualche modo pubblici) utile sia all'immagine che alla "carriera".

Riporto una massima correlabile con quanto detto prima:
<< Ciò che di tuo deve comparire in pubblico (ancorché affare di poco momento) travagliaci con tutta attenzione d'intorno; perché da una tua sola operazione dipende la tua fama per sempre! >>

Il palese contrasto con questa massima raccomandata da Mazzarino rende evidente che la maggior parte dei personaggi suddetti non lo ha mai letto, forse per mancanza di tempo o magari perché troppo impegnati a scrivere libri piuttosto che leggerli...

Ma forse Mazzarino (o chi per lui) aveva torto... forse quello che allora era (abbastanza) vero, da qualche tempo è diventato irrilevante: è infatti usuale sentire pronunciare in TV o leggere sui loro siti social affermazioni strampalate, quando non addirittura demenziali, fatte da personaggi su cui si dovrebbe abbattere il discredito più totale per averle dette, ma che invece continuano a ribadirle senza conseguenze di rilievo né sulla loro credibilità né sull'autorevolezza "percepita" dalla maggioranza degli ascoltatori...

Inevitabile il collegamento con la "Fiera ciula" di F&L nella "Prevalenza del cretino", di cui riporto alcuni stralci (piccolo esempio della loro scintillante narrativa):

<< È sparita la vergogna che un tempo si provava quando si riconosceva di essere stati o di aver detto qualcosa di stupido.
Di questo atteggiamento verso l'errore non si trova quasi più traccia, come se ci fosse stato un movimento di liberazione dell'imbecille, una vera e propria emancipazione del balengo.
Lo stupido gira a testa alta, il politico o burocrate che ha propugnato, contro le più ovvie e assennate obiezioni, una riforma sprofondata in una voragine di sprechi, ruberie e inefficienze, si presenta ai microfoni con un sorriso: è vero, sarà stato un errore, ma non lo rinnego, non me ne pento, in quel particolare momento, data quella particolare situazione, quella scelta era inevitabile e ancora oggi vi aderisco pienamente! Come dire: sono stato un cretino ieri e sono pronto a esserlo di nuovo domani.
È la retorica superiorità del "fesso in buona fede", comica e micidiale figura che ha una sua nicchia nella storia nazionale [seguono illuminanti esempi...] >>

La desolante conclusione di F&L è questa, già nel 1985:

<< I vecchi piemontesi dicevano: quello è una fiera ciula dove "fiera" stava per "cospicua", "eccezionale", "ammirabile nel suo genere", come registra il Tommaseo. Nessuno poteva immaginare che col tempo sarebbe cresciuta una varietà di ciula letteralmente, impudicamente, disastrosamente fiera di esserlo! >>

lunedì 2 maggio 2022

 

Istruzione,  Formazione  e  Metodo scientifico

L’Istruzione (Education) e la Formazione (Training) si articolano di norma in tre periodi temporalmente distinti, i primi due  per l’istruzione:

a)     Scuola, dalla primaria alla secondaria, che coinvolge più di sette milioni di studenti in un arco temporale di almeno 10 anni

b)  Università, in cui sono coinvolti più di un milione e mezzo di studenti durante 3-5 anni

 e il terzo per la formazione:

 c)     Aziende, manifatturiere e di servizi, durante il corso della propria vita lavorativa e con un numero di partecipanti difficile da precisare, ma comunque molto elevato

In particolare per la formazione aziendale si è assistito ad un cambiamento rilevante del paradigma formativo in quanto, anche se l’idea della “Formazione permanente” risale a svariati decenni fa, solo di recente, ribattezzata Formazione 4.0, è divenuta davvero prioritaria.
Il motivo è semplice: i “mestieri” si aggiornano ad un ritmo misurabile in uno o due lustri al massimo e per evitare di diventare obsoleti dal punto di vista professionale con lo stesso ritmo è necessario mantenersi al passo aggiornando le proprie conoscenze.

 L’incremento dell’aspetto tecnico-scientifico dei mestieri prima citati rende ormai ineludibile la richiesta di una maggiore “scientificità” della formazione aziendale per almeno due aspetti:

Ø    il primo è relativo ai processi industriali in quanto ormai non ha più senso progettare un prodotto o un processo produttivo senza un forte supporto di “computer engineering”

Ø   il secondo, successivo all’auspicabile apprendimento del metodo scientifico durante il percorso scolastico, dovrebbe porsi l’obiettivo di indurre tutto il personale aziendale al ragionamento razionale nel contesto lavorativo

Le considerazioni che seguono derivano da numerose esperienze di docenza in ambito industriale.
 
Il grande fisico americano Feynman sosteneva che il metodo scientifico si fonda essenzialmente su tre pilastri:
Ø  Osservare attentamente
Ø  Ragionare razionalmente
Ø  Sperimentare avvedutamente

ed è difficile a mio parere trovare una sintesi migliore di ciò in cui consiste operativamente.
 
Una conseguenza immediata di questa sintesi è che il campo di applicazione della scienza, pur molto vasto, è comunque circoscritto ai fenomeni osservabili: sembrerebbe dunque ovvio che un forte supporto all’apprendimento di tipo scientifico, che implica sapere riconoscere i rapporti di causa-effetto fra eventi distinti, debba venire dal senso comune inteso come elaborazione razionale delle esperienze sensibili, correlate in modo semplice tra di loro per ricavarne conclusioni corrette.
 
Ebbene, molti studi in luoghi e tempi diversi sono concordi nel concludere che non è così: il “ragionamento razionale” è fortemente inibito dai preconcetti basati sul senso comune in misura non dissimile dalla diffusa credenza che cultura umanistica e cultura scientifica siano inconciliabili o comunque antitetiche.

Nota: Sull’argomento mi limiterò a ricordare l’influenza deleteria in Italia di Croce che aveva “come punto fermo del suo pensiero la negazione del valore conoscitivo delle scienze naturali e fisico-matematiche” (Mario Quaranta in “La filosofia italiana fino alla 2a  guerra mondiale”) e che si gloriava di “avere cognizioni molto elementari e generiche di matematica”, ma invece di studiarla la denigrava come “atta agli ingegni minuti” (!).
 
Cosa possono fare dunque, l’istruzione scolastica prima e la formazione aziendale poi, per essere coerenti con la sempre maggiore “scientificità” delle competenze lavorative richieste in ogni settore?
La risposta è ovvia: possono (e devono!) fare molto. Ma non è altrettanto ovvio come ottenere questa coerenza, anche limitandosi alla sola formazione aziendale.
 
Un primo e fondamentale criterio consiste nell’individuare fra il personale aziendale chi è maggiormente predisposto al ragionamento razionale (il secondo pilastro del metodo scientifico secondo Feynman) e investire su questi per conseguire con maggiore facilità l’obiettivo di padroneggiare le innovazioni tecnologiche necessarie alla competitività aziendale.
Purtroppo questo criterio non è così diffuso nelle aziende come sarebbe opportuno e si verificano sovente delle discrepanze fra le attitudini possedute (le cosiddette skill, da non confondere con le conoscenze in un determinato campo) e quelle richieste dal ruolo che si ricopre.
 
Un altro criterio - secondo solo nell’elenco, non per importanza – è di mantenere il giusto equilibrio fra  i concetti di base, la comprensione dei quali è essenziale per le discipline a carattere scientifico, e le modalità con cui applicarli in pratica. Un’affermazione attribuita a Galileo sostiene che “La teoria senza la pratica è vuota, ma la pratica senza la teoria è cieca” (e non credo che si possa dissentire, né in teoria né in pratica…)
 
Un terzo criterio, più strategico e anche questo da gestire razionalmente da parte delle direzioni aziendali, consiste nell’individuare su quali argomenti fare formazione al personale, selezionando fra le varie tecniche innovative (funzionali alle caratteristiche del prodotto e alla sua vendibilità in relazione al target di mercato) e le diverse tecnologie anch’esse innovative (funzionali in primis all’efficienza produttiva) quelle presumibilmente più utili per la realizzazione della “mission aziendale” favorendo così il conseguimento degli obiettivi a medio-lungo termine.
 
Questi sono alcuni dei criteri generali ai quali dovrebbero attenersi le aziende per ottenere un reale valore aggiunto dalla formazione  del proprio personale – ed è compito precipuo delle funzioni HR attuarli – in quanto limitarsi a generiche dichiarazioni d’intenti non farebbe altro che convalidare quanto ancora Feynman aveva una volta pessimisticamente sostenuto, ossia che:
“Il potere dell’insegnamento è raramente di molta efficacia tranne che in quelle felici situazioni dove è quasi superfluo”.

Un approccio scientifico alla formazione, anche  mediante l’adozione dei tre criteri sopra citati, è a mio parere tassativo per evitare la pessimistica alternativa di Feynman fra l’inutilità e la superfluità dell'insegnamento (che evoca l'omerico dilemma fra Scilla e Cariddi) e si concretizza  nel fare una formazione:

- coerente con le attitudini personali (ad esempio è da evitare la partecipazione a corsi di Problem Solving di persone del tutto disinteressate a risolvere problemi aziendali )

- equilibrata fra aula e applicazioni "sul campo" (la formazione aziendale non deve consistere in lezioni universitarie di alto livello scientifico, ma neanche di soli casi pratici senza minimamente chiarire i concetti sottostanti)

- congruente fra gli argomenti trattati e gli obiettivi aziendali espressi nella “mission”

In svariate aziende esiste uno scollamento evidente fra le politiche formative dichiarate e quelle realmente attuate e può essere utile avere dato indicazioni su quali aspetti si gioca concretamente la "scientificità" della formazione, ben al di là delle dichiarazioni d'intento di alcune direzioni aziendali, in quanto applicarli ridurrebbe la probabilità di una formazione inutile, con spreco di risorse, o superflua, con spreco di tempo lavorativo.

sabato 5 marzo 2022

 CARTEGGIO EINSTEIN-FREUD SUL PERCHÉ DELLA GUERRA

Un carteggio avvenuto fra Einstein e Freud nel 1932 dal titolo "Perché la guerra?" è molto interessante come contenuti ed estremamente utile per comprendere meglio alcune dinamiche dell'attuale conflitto fra Russia e Ucraina e delle possibili ripercussioni su EU e USA (non trascurando la Cina).

Il carteggio avvenne in seguito alla proposta della SdN (Società delle Nazioni) ad Einstein di invitare una persona di suo gradimento ad uno scambio di opinioni su un tema da lui scelto.

Einstein indirizzò a Freud una lettera aperta con la domanda: "C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?" e facendo anche alcune ipotesi su come realizzarlo.

Einstein suggeriva l'istituzione di un organismo politico sovranazionale al quale i singoli Stati avrebbero dovuto delegare l'autorità di comporre i conflitti reciproci e la capacità di imporre, se necessario con la forza, l'esecuzione delle sue sentenze (in pratica prefigurava la trasformazione della SdN nell'ONU...) e concludeva chiedendo a Freud di esporre il problema della pace mondiale alla luce dei suoi studi.

Freud rispose con uno scritto molto denso in cui, oltre a dichiararsi d'accordo, ma non molto ottimista, sulla creazione di una nuova SdN con forza propria, riassumeva alcuni temi classici della psicoanalisi da lui fondata 30 anni prima, tra i quali fondamentale il rendersi conto della coesistenza in ognuno di noi di "Eros" e "Thanatos", pulsioni rispettivamente creativa e distruttiva, e auspicava che le guerre abbiano progressivamente fine attraverso lo sviluppo intellettuale e civile dell'umanità, ossia con il rafforzamento dell'intelletto e l'interiorizzazione dell'aggressività.

Ritengo che tutti coloro che in TV, sui giornali e sui social esprimono le proprie posizioni e idee sull'attuale situazione farebbero bene a leggerlo e a rifletterci sopra prima di "prodursi" in dichiarazioni talvolta avventate.

Il carteggio è consultabile qui:

http://www.iisf.it/discorsi/einstein/carteggio.htm

sabato 15 gennaio 2022

Efficacia del vaccino per evitare l'ingresso in Terapia Intensiva









Considerazioni su % di vaccinati e non vaccinati e probabilità d’ingresso in TI

Si sono moltiplicati nelle ultime settimane gli appelli a vaccinarsi per evitare, in ordine di gravità:

- il contagio pauci-sintomatico          C

- la malattia curabile a casa               H

- l’ospedalizzazione                           O

- la terapia intensiva                          TI

- il decesso                                         D

 I valori numerici relativi all’efficacia della prevenzione vaccinale vengono dati sui media in maniera approssimativa e non viene quasi mai chiarito da dove derivano, anche se con qualche dato facilmente reperibile su Internet non è difficile calcolarli.

 Rilevare che “attualmente almeno i 2/3 dei ricoverati in TI sono non vaccinati” è senz’altro corretto, ma questa informazione sembra non giustificare l’affermazione successiva, ossia che “ciò dimostra che l’efficacia del vaccino nel contrastare il ricovero in TI è di circa 12 volte superiore”.

 Il motivo è che la % di vaccinati (sorvoliamo per semplicità se con una, due o tre dosi facendone una media pesata…) è attualmente molto più alta di quella dei non vaccinati e che l’efficacia di un vaccino deve essere ovviamente stimata in base al rapporto fra vaccinati e non vaccinati sull’intera popolazione.

 Una relazione piuttosto semplice è quella che collega la % di vaccinati sulla popolazione con quella di chi ha uno dei 5 livelli di gravità citati, specificatamente gli ultimi 3 (O, TI, D).

Prendendo come riferimento la TI (ma il discorso è analogo per gli altri decorsi) e indicando con:

 

Ø  NVA = Numero VAccinati nel totale della popolazione (vaccinabile)

Ø  NNV = Numero Non Vaccinati nel totale popolazione

Ø  NTP  = Numero Totale Popolazione

Ø  NVI  = Numero Vaccinati in TI

Ø  NNI = Numero Non vaccinati in TI

Ø  NTI  = Numero Totale in TI

 Indichiamo con Rij i seguenti rapporti: 

Ø  NVA / NTP =   Rvt    frazione di vaccinati sul totale popolazione

Ø  NNV / NTP =   Rnt    frazione dei non vaccinati sul totale popolazione

Ø  NVI   / NTI  =   Rvi   frazione di vaccinati in TI sul totale in TI

Ø  NNI  /  NTI  =   Rni   frazione di non vaccinati in TI sul totale in TI 

C’è chi fa (erroneamente o perché vuole pregiudizialmente sminuire l’efficacia del vaccino) affermazioni avventate basandosi sul solo rapporto Re fra Rni (frazione di non vaccinati in TI) e Rvi (frazione di vaccinati in TI): 

Ø  Re = Rni / Rvi = (NNI / NTI) / (NVI / NTI) = NNI / NVI 

ovviamente pari al rapporto fra il numero dei non vaccinati in TI e il numero dei vaccinati in TI. 

Se, come si è detto prima, attualmente circa due terzi dei ricoverati in TI sono non vaccinati, ossia

Ø  Rni = NNI / NTI = 2/3 

mentre un terzo è vaccinato:

Ø  Rvi = NVI / NTI = 1/3

 allora il rapporto Re è pari a 2 (2/3 diviso 1/3) e molti concludono erroneamente che la probabilità di entrare in TI da non vaccinati sia pari solo al doppio di quella di entrare in TI da vaccinati e non di oltre 12 volte superiore come asserito (a parere di no-vax e assimilati, mentendo…) dagli organi sanitari e ripreso dai politici.

Il ragionamento corretto, assumendo per semplicità che l’incidenza giornaliera degli ingressi in TI sia quasi stazionaria (e quindi stimabile attraverso la prevalenza in TI) implica che le probabilità debbano essere “normalizzate” sulle rispettive popolazioni NVA e NNV.

 La probabilità di entrare in TI da non vaccinati è data dal rapporto fra non vaccinati in TI e non vaccinati nel totale popolazione:

Ø  Pni = NNI / NNV (talvolta espresso come numero di non vaccinati in TI normalizzato su 100.000 non vaccinati)

 La probabilità di entrare in TI da vaccinati è data dal rapporto fra vaccinati in TI e vaccinati nel totale popolazione

Ø  Pvi = NVI / NVA (anche questo talvolta normalizzato su 100.000 vaccinati)

 Il rapporto fra le due probabilità è:

Ø  Rc = Pni / Pvi = (NNI / NNV) / (NVI / NVA)

 Con qualche semplice passaggio algebrico

Ø  Rc = (NNI / NVI) / (NNV / NVA) = Re / ((NNV / NTP) x (NTP / NVA)) = Re / (Rnt / Rvt)

 e in definitiva

Ø  Rc = Re x (Rvt / Rnt)

 Ossia il rapporto Rc fra la probabilità di entrare in TI da non vaccinato e quella da vaccinato è pari al rapporto Re fra non vaccinati e vaccinati in TI moltiplicato per il rapporto fra la frazione Rvt di vaccinati sulla popolazione e la frazione Rnt di non vaccinati sulla popolazione.

 Assumendo pari all’85% la percentuale attuale di vaccinati sul totale popolazione vaccinabile e con 2/3 la frazione di non vaccinati in TI sul totale vaccinati più non vaccinati in TI

Il vaccino anti covid in Italia in tempo reale | Il Sole 24 ORE

Coronavirus in Italia, i dati e la mappa (ilsole24ore.com) 

risulta

Re                   = 2      

Rvt                  = 0,85  (e quindi         Rnt = 0,15)

Rvt / Rnt         ~ 6

Rc                    ~ Re x (Rvt / Rnt) = 2 x 6 = 12 volte

 NOTA

Con una % (poco realistica) di vaccinati pari al 95%  il rapporto Rvt / Rnt risulterebbe pari a 19, ma il cosiddetto “paradosso di Simpson” (che non è un vero e proprio paradosso, ma una conseguenza contro-intuitiva delle formule sopra riportate) comporterebbe una frazione più elevata di vaccinati in TI con un Re più basso e quindi con un Rc che non crescerebbe proporzionalmente all’incremento del rapporto fra le  % di vaccinati e di non vaccinati dando così la stura a chi non ha molta dimestichezza con i numeri di fare affermazioni fuorvianti sull’inutilità di perseguire % così elevate di vaccinati.

È appena il caso di rilevare che in questo caso il numero assoluto di presenze in TI si ridurrebbe sostanzialmente in quanto i non vaccinati si ridurrebbero a 1/3 di quelli attuali (dal 15% al 5% sul totale della popolazione) e che il 65% di non vaccinati su 1.700 in TI sono 1.200 persone mentre il 35% di 600 persone (dati puramente ipotetici ammettendo una inversione delle % fra vaccinati e non vaccinati) sarebbe 200 ossia 6 volte minore con un incremento di solo il 10% dei vaccinati.